Nel pieno della sessione invernale di mercato e delle trattative, la IAFA (Associazione italiana agenti sportivi) ha posto all’attenzione il rischio dell’abusivismo della professione nonostante una regolamentazione chiara sulla professioni dei procuratori. Con una nota del presidente Christian Bosco si sono denotate le problematiche della situazione.
La nota della IAFA
Nonostante il fatto che – oramai da diversi anni – quella di agente sportivo è in Italia una professione regolamentata, purtroppo la piaga dell’abusivismo continua a dilagare. Quotidianamente riceviamo dai nostri associati numerose segnalazioni riferite a soggetti non autorizzati che operano indisturbati in spregio alla normativa professionale di settore, con grave pregiudizio per gli agenti riconosciuti che per potere esercitare tale attività, svolgono una approfondita preparazione, prove di esame, aggiornamento professionale continuo, e – last but not least – sostengono oneri importanti. Emerge pertanto in maniera lampante che a questa problematica deve essere messo necessariamente un freno prima possibile. Al riguardo è il caso di ricordare che in Francia – paese in cui vige una normativa professionale analoga a quella italiana – sono state comminate pene sia pecuniarie che detentive non solo agli operatori non autorizzati ma anche ai dirigenti dei Club, rei di aver favorito una violazione di legge. Ad ogni buon conto, nell’attesa che il DPCM attuativo del Dlgs n. 37/2021 venga pubblicato prossimamente (come di recente annunciato dal Ministro dello sport), auspicando che lo stesso preveda anche una implementazione del regime disciplinare e sanzionatorio, esortiamo gli stakeholders (Club e calciatori) a verificare che i soggetti con cui entrano in contatto siano effettivamente iscritti al Registro Nazionale Agenti Sportivi del CONI (di agevole consultazione sul sito https://agentisportivi.coni.it/ricerca). Il medesimo invito lo rivolgiamo anche ai media specializzati, che spesso nel riportare le notizie di calciomercato senza le necessarie verifiche del caso, si ritrovano – per assurdo (ed involontariamente) – a fare “pubblicità gratuita” ai precitati soggetti non autorizzati, relativamente ai quali dovrebbe essere superfluo sottolineare che le “arbitrarie credenziali professionali” inserite sulle pagine social o su siti web privati non hanno alcun valore probatorio.